Terzi in condotta

La storia dei marò è veramente un segno dei tempi, il decadimento allo Stato puro.

A me non interessa la vicenda in sé.

Io parlo del salvare almeno le apparenze, del valore di una stretta di mano, della parola data.

La diplomazia dovrebbe essere qualcosa di serio, ufficiale, con un protocollo.

Qui, invece, è successo di tutto: prima li prendiamo indietro per Natale, poi per le elezioni, poi paghiamo qualche centinaia di migliaia di euro, tanto al chilo, neanche fossero tartufi pregiati.

Ora tornano in India, no, non te li voglio più dare, mi sono offeso, anzi te li do, giurin-giuretto, aggiungo anche un po’ di sedano e prezzemolo nel caso volessi preparare il brodo per cena, ma evita la pena di morte, per favore, ci rimango male.

Che dire, Terzi è stato capace di farci rimpiangere Frattini.

No, non è vero. Questo è impossibile. Frattini non lo mettiamo nemmeno in conto, a conto Terzi casomai, perché non ce ne siamo neanche accorti della sua presenza.

Diceva Luttazzi: “Frattini ha un suo fascino, quando sei con lui è come essere da solo”.

Terzi e quegli altri cinque-sei cognomi che ha, il tecnico, il sommo diplomatico: nel senso del dolce, della pasta, pasticciona, una roba pesante, indigeribile, pane d’India al posto del pan di Spagna.

Si credeva fosse un voulevant, e invece era un maritozzo con la panna avariata.

E ce lo presentavano come il “genio” della diplomazia. Figurarsi lo scemo come sarebbe stato. Lo scemo del villaggio globale. Questo a malapena sarebbe in grado di gestire una riunione di condominio.

Strategia all’italiana: sorrisi, pacche sulle spalle, ti allungo il centone e poi TAC! marameo! E ridammi pure il centone già che ci sei!

L’ultima volta che avrò visto una cosa del genere sarà stato in qualche thriller americano, anzi, statunitense o, più probabilmente, in una qualche puntata della prima serie di Yattaman.

Me le immagino le due delegazioni: s’incontrano in acqua internazionali, evitando d’incrociare i pescherecci, non si sa mai, magari a qualcuno vien voglia di sparare.

La fregata indiana e la fregatura italiana.

Un colpo gobbo, quasi migliore di quegli scambi 1000:1 tra prigionieri palestinesi e soldati israeliani.

Gettano il ponte tra i due vascelli: sotto gli squali che girano in tondo e i due marò, che diciamocela tutta, è davvero un nome del cazzo, sfilano in passerella, il che fa molto Versace. Salgono sul battello italiano, si rinchiudono nella stiva e iniziano a caricare i cannoni, mentre il resto dell’equipaggio saluta la delegazione indiana con il gesto dell’ombrello.

Tranquilli, è linguaggio internazionale, capiscono anche loro.

Tutto sto casino e poi, ops! si sono scordati l’ambasciatore, e quello urla! aiutooo aiutooo, alla maniera delle brute disavventure di Olivia in Popeye.

Geniali.

Ecco, non so bene il perché, anzi, il perché lo s’intuisce, ma mi è venuta in mente una battuta che fece il mio istruttore di scuola guida una decina di anni fa, e con questa vorrei concludere. Eravamo fermi al semaforo, s’avvicina una zingara e chiede:

«Una lira, per favore, dammi una lira…»

E lui: «Non ne ho signorì, mi dispiace: tutti euro mi sono rimasti!»

Il fottere, noi italiani, ce l’abbiamo nel DNA.

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O mi si ama o mi si odia.
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