LA FABBRICA DEI SOGNI

Buongiorno a tutti cine-appassionati!

Oggi comincia un altro fine settimana ma stavolta direttamente nella grande sala, perchè questo film di cui vi sto per parlare è uscito solo poche settimane fa: Il Grande Gatzby.

L’ultima opera cinematografica di Baz Luhrmann, basato sull’omonimo romanzo di Scott Fitzgerald, uno dei simboli della letteratura americana moderna. A parte qualche piccolo dettaglio “aggiunto”, come la figura del  medico-psichiatra all’inizio e qualche altro “mancato” come l’incontro del protagonista con il padre di Gatzby alla fine del libro, il film è da considerarsi assolutamente fedele all’opera letteraria. Questo non solo per le fonti, ma anche e sorprendentemente per l’ambientazione sfarzosa ed eccentrica che fa da sfondo alla storia.

Il film ha per protagonista Nick Carraway, un agente di borsa che si trasferisce, senza rendersene conto, accanto alla mansione dell’uomo più potente del momento in tutta New YorK: Jay Gatzby. Attratto dalle sue feste a cui partecipa l’intera città, Carraway scoprirà il vero motivo di questa visibilità e ricchezza, che risiede nella ricerca di un vecchio e abbandonato amore di qualche anno prima. Da lì avrà inizio una serie di eventi che mostreranno la fragilità dei personaggi e della società in cui vivono.

Il film si concentra sulla ricchezza di Gatzby, ostentata dalla sua lussuosa residenza e dalle sue feste ed elogiata dalla società dell’epoca: il simbolo di un’America che stava conquistando il punto massimo del suo potere e benessere, rivelatosi nient’altro che un castello di carta.

Fragile da crollare al primo colpo di vento. Un pò come il regista Baz che si è lasciato forse influenzare dalla possibilità di trasformare questa grandiosità in un eccessivo stile Moulin Rouge, con una colonna sonora troppo attuale per accompagnare un’epoca come quella dei Cinquanta. Da mettere in discussione, forse, il tentativo di giocare sul rapporto film-romanzo, con la continua presenza di didascalie tratte da brani del libro che si alternano a scene melodrammatiche di falso romanticismo, con musica hip-hop con dei brani tra i più attuali: tutto ciò non appare convincente.

Troppe decorazioni e poca solidità. Anche la scrittura del personaggio principale, Carraway, non regge e non raggiunge il senso di degrado sociale che in realtà il romanzo vuole dimostrare quanto, più che altro, quello personale: il medico psichiatra che al principio aiuta il narratore a mettere in ordine la sua storia confusa.

In realtà il disagio è quello di percepire Gatzby come il simbolo del sogno americano che crolla perchè costruito su basi deboli e di facciata. Il regista riesce nell’ambientazione come già detto all’inizio: forte il contrasto tra lo sfarzo delle villette di Long Island e un intermezzo di lavoratori ed operai che costruiscono un benessere di cui non faranno mai parte. Un ponte nero di cemento e catrame.

Ma ciò di cui non riesce è far sì che Carraway riconosca socialmente in Gatzby questo contrasto, mentre vediamo un uomo ingenuo ma quasi ossessionato da quella figura senza un motivo apparentemente valido. C’è bisogno di un pubblico che abbia letto il romanzo per apprezzare il film? Non dovrebbe. Il cinema e la letteratura sono due forme d’arte differenti: nessuna può sostituire l’altra ma entrambe possono compensarsi.

Un film tratto da un libro, per essere “grande”, deve sapersi reggere da solo e competere con il romanzo su cui si è basato.

Purtroppo il regista non è riuscito a renderlo tale, seppur con ottime intenzioni e una perfetta base scenografica. Quello che però è riuscito indubbiamente a creare è il personaggio, con una maestrale interpretazione di Leonardo Di Caprio nel ruolo di Gatzby. Impeccabile come lo avrebbe immaginato lo stesso Fitzgerald, se gli avesse dato un volto. Ancora una volta Di Caprio vince sulla regia: ecco un buon motivo per guardare questa pellicola.

E allora buon Gatzby a tutti!

 Il-grande-Gatsby

 

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